< Artisti Contemporanei
Franco Pontecorvi

Uomo ed artista eclettico che spazia dal visibile all’invisibile della conoscenza umana, intervenendo a riparare ed armonizzare, laddove è necessario, l’uomo nell’arte, nella musica, nella medicina alternativa e l’ambiente. Come pittore ha lavorato per un breve periodo dal 1981 al 1985, credendo di aver smesso di dare il suo messaggio… nella convinzione di aver già trasmesso quanto aveva da esprimere, lasciandosi “trasportare e navigare” in altri lidi. Le molte opere realizzate, pur in quel breve periodo, rilasciano una magia onirica che si sviluppa dalla creazione primordiale fino ai nostri giorni del Post-Moderno – comunque antelitteram per gli anni ’80 –
Uno dei suoi primi tentativi di approccio alla pittura si apre in “La fine del gioco” su una finestra gigante in una stanza resa oscura dalla pesantezza della vita dove il figlio seduto di fronte ad una finestra rappresenta la visione proiettata dal padre di un mondo fantastico che il figlio conoscerà nel futuro e come augurio di un felice inserimento. La vorticante spirale di colori schizza fuori dal cuore stesso del padre che si risveglia alla vita esterna, in contrasto al cupo della stanza relativo al presente da trasformare. La presenza di un aeroplanino di carta caduto, rappresenta la fine ludica del padre proiettata in quella del figlio che deve essere spinto verso la vita all’esterno per migliorare la sua crescita. La semplicità dell’arredo sconvolge: presenti solo un tavolino ed un termosifone richiamano gli elementi essenziali della vita.
Il suo stile nei dipinti ad olio invece, ricorda vagamente l’impressionismo, ma la pennellata è schiacciata e sferzata con potente agilità ed abilità dando l’impressione di un mosaico di pezzetti esagonali stridenti di sogno e malinconia. La luce è diffusa e primaverile in un batter d’ali di farfalla che producono un effetto continuo nelle altre parti di mondo non rappresentato… come se le nubi portassero il messaggio in altri luoghi e dessero spazio alla primavera avviluppante. Una catena di eventi inscindibili legati nell’universo come unico aspetto fenomenico della vita. Alte vette che sembrano cucuzzoli di montagna – ma in realtà sono scale di collegamento per i sogni degli altri – si stagliano nel blando cielo picchiettato, intenso e razionale, scenario di rivalsa dalle emozioni e dalla quotidianità assistita da eventi senza fine. Il colore tenue e quasi acquarellato (pur essendo olio, l’effetto visivo è fievole) da l’impressione che l’artista si ritrovi in acque natali, dove l’intento di liberarsi dal fluido negativo lo porterà quasi sicuramente a tentare in futuro quella tecnica ricca di amore per la vita e libera nella fusione di colore e liquidi, anche da quello amniotico. In “Montagna Incantata” la saggezza delle menti che si uniscono stridono in feste di colori e si amalgano all’infinito come magie di arcobaleni evanescenti.
Le sue tele di “cementite” invece sono l’espressione della parte più primitiva e selvaggia nascosta dall’autocontrollo dell’autore. L’idea della cementite è sorta per rimediare alla disomogeneità di una tela troppo frustrante, a volte, che richiede uno sforzo continuo ed, altre volte, inutile. Un leggero strato poi spatolato ricopre le imperfezioni di alcune tele che non danno i risultati voluti. In “Paesaggio Primordiale” si scopre tutta l’intenzione di riportare la terra alle sue origini dove l’ambiente era puro e insacrificabile all’uomo ancora esistente in brodo primordiale. La pallida base di colore senape ricorda appunto il formarsi della terra e le linee, spatolate con decisa divisione, la confusione ancora della mente alla nascita. In “20 milioni di anni fa” le spalmature arance/senape e gialli d'ambra sprizzano energia che fuoriesce dalla tela e si espande nel circondario con una voracità impressionante ed il fuoco si accende sugli astanti sospesi nell’ammirazione dell’estasi.
Le incisioni su rame e zinco danno l’idea della ricerca della perfezione, non certo umana, della natura che si razionalizza in picchi squadrati di pietra, unici nel loro genere, da utilizzare come scale per raggiungere delle città protette e preziose anch’esse geometriche e stilizzate alla ricerca di un Dio o di una filosofia alternativa che doni benessere e pace (Aurobindo). L’intento ricorda la matematica quantistica, ma poi si ritorna alla relatività congenita nei fenomeni umani e naturali.
Nelle sculture, la fiamma arde e si innalza verso l’elevazione umana apportando congiunzione con gli esseri spirituali insiti dentro ognuno che a volte riescono ad esprimersi senza problemi perché liberati dalle sovrastrutture. In “YingYang” la tematica è la completezza delle antilogie come giustamente ricordata dalla filosofia thaoista. Inoltre il bianco si ammanta sospirando nella sua purezza pur sapendo del contrario. In “doppia faccia” un lato della scultura urla la sua ribellione e nell’altro si dimette dall’ingrato compito individuale. In “Ambivalenza” due parti si riscontrano in ognuno di noi collimando con il principio “due ma non due”, poiché le sfaccettature fanno parte della completezza dell’essere, pur essendo insorgente l’una sulla altra si scambiano per mutuo possesso e quindi sempre in formazione e sperimentazione alternata. In “Accoglienza” le sinuosità delle linee ricordano l’accettazione integrale in un grembo materno di una nascita che si armonizza al suo fuoriuscire tenendo conto dell’accettazione della sua inevitabile fine. Potrebbe rappresentare una fontana da cui sgorga acqua, generatrice appunto di vita, che viene accolta nelle pieghe di un manto discendente e risalente come in un ciclo continuo che ricorda la concezione del tempo dei Maya. Ma l’essenza di questa vita è in “alghe” che si liberano dal profondo dell’oceano per risalire a nutrirsi di uomini e storie, srotolando all’aria gli arti pieni di acqua oceanica. Il movimento della vita che si alimenta dell’impermanenza ma allo stesso della sua eternità perché l’energia che sprigiona è legata definitivamente alle altre entità pur mutandone la forma.

2005 Vladimira Cavatore